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La prima Basilica Mariana della Città di Napoli
Fatta erigere attorno al 533 da San Pomponio, vescovo di Napoli, sui resti di un preesistente edificio romano, la basilica paleocristiana di Santa Maria Maggiore fu tra le quattro più importanti della Città e venne consacrata dal papa Giovanni II.

Col passare degli anni la basilica ebbe vari appellativi: "Santa Maria in Sole et Luna" dal nome del vicoletto adiacente; "Pomponiana" dal nome del suo fondatore; "Santa Maria Maggiore" poiché la prima chiesa napoletana dedicata alla Vergine. Verso il 1623 si cominciò a chiamarla "Pietrasanta" per la presenza di una pietra con una croce incisa su cui era stata collocata pochi anni prima una immagine della Vergine, che si riteneva procurasse indulgenza per chi la baciava.
Della basilica paleocristiana non ci sono giunte che poche e frammentarie notizie: doveva trattarsi di un edificio a tre navate, divise da diciotto colonne, con cupola centrale, preceduto da un atrio porticato corrispondente al piccolo slargo antistante l'attuale chiesa barocca, in cui furono costruiti in epoche diverse il campanile, la cappella Pontano e la Cappella del SS. Salvatore.

Tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento si svolsero gli avvenimenti che finiranno con il determinare l'attuale aspetto del complesso architettonico. Nel 1591 la congregazione dei Chierici Regolari Minori prese possesso della chiesa, fino ad allora officiata dalla collegiata degli Ebdomadari. La congregazione, fondata tre anni prima ad opera di Francesco Caraccio ed Agostino Adorno, acquistò negli anni successivi gran parte dell'edificato retrostante la basilica con l'intenzione di erigervi il convento. Nel 1606 i Padri Minori consentirono la pavimentazione del largo antistante, affinché divenisse pubblico.
Nel 1653, su progetto concordemente attribuito a Cosimo Fanzago, cominciarono i lavori per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Maggiore, che proseguirono ininterrottamente sino al 1656, quando in seguito alla pestilenza e per mancanza di mezzi economici adeguati, furono interrotti. Ripresero successivamente grazie alle donazioni di Andrea d'Aponte duca di Flumeri e la chiesa fu consacrata nel 1678, pochi giorni dopo la morte di Fanzago.

L'impianto planimetrico sviluppa il tema della pianta centrale, sebbene la forma del lotto non favorisse questa scelta. Fanzago è infatti costretto ad accorciare le braccia trasversali ed a sottolineare ulteriormente il ruolo svolto daipiloni centrali nell'equilibrio compositivo, reso palese dal contrasto tra la componente verticale, evidenziata da un ordine gigante di lesene corinzie e dalla cupola fortemente rialzata ed a sesto lievemente acuto, e dalla trabeazione, che corre senza soluzione di continuità lungo tutto lo spazio interno.
Nella cupola risulta particolarmente efficace e coerente la prosecuzione delle finestre nei raccordi ad arco che sovrastano le cornici a tamburo. Lo slancio dela cupola permette di mantenere lo spessore dei piloni - qui adottati nella soluzione con taglio obliquo - abbastanza contenuto.

La tensione linguistica sprigionata da questi spazi si affida, contrariamente ad altre opere del bergamasco, più al gioco delle lesene e degli stucchi, che non ai contrasti della produzione fanzaghiana. Ciò è particolarmente evidente nelle quattro cappelle angolari, coperte da volte a padiglione estradossate.
La parte presbiteriale, impostata secondo i canoni dell'edilizia ecclesiastica dettati dalla controriforma, è coperta con una volta a botte che si incastra nel complesso monastico retrostante (attualmente adibito a caserma dei Vigili del Fuoco). Il fronte sul sagrato, dominato dal portale di ingresso con timpano curvilineo spezzato - realizzato da Pietro Barberiis nel 1675 - è limitato a sinistra dalla cappella del SS. Salvatore. La parte centrale è composta da un doppio ordine di lesene: l'ordine inferiore incornicia un'arcata a tutto sesto che ospita il portale; l'ordine superiore, rastremato ai lati, è delimitato da coppie di lesene con al centro un finestrone, sormontate da un timpano triangolare. L'epigrafe e lo stemma sovrastanti l'ingresso maggiore ricordano la munificenza di Andrea d'Aponte.

Nel 1701 vi fu un primo intervento di restauro, reso necessario dai gravi danni causati dai terremoti del 1688 e del 1694: in quell'occasione furono realizzati gli stucchi dell'interno, sotto la direzione di Giovan Battista Manni, ad eccezione di quelli della cupola, eseguiti nel 1707 da Onofrio Parascandolo. Nel 1823, dopo la soppressione del monastero, i Chierici Regolari Minori lasciarono la chiesa, nella quale tornarono ad officiare gli Ebdomadari, ed il convento fu adattato a caserma delle Regie Compagnie dei Pompieri.
Numerosi furono i danni provocati dai bombardamenti e dall'incuria: nel 1940 un proiettile di artiglieria distrusse la volta tra l'ingresso e la cupola; in quella circostanza venne demolito il frontone della facciata, ormai pericolante. Nel 1950 le condizioni della basilica erano talmente compromesse, che l'Amministrazione Comunale ne propose l'abbattimento, ma da più parti si invocò la singolarità del monumento e le sue peculiarità in rapporto all'ambiente affinché non andasse perduto.

L'attuale aspetto della basilica è dovuto all'intervento di restauro operato a partire dal 1975 dal Provveditorato alle Opere pubbliche. Nel 1992 è stato ultimato l'intervento di recupero del notevole pavimento in cotto e maiolica, opera del 1764 della frabbrica di Giuseppe Massa. Gennaro Aspreno Galante ricorda tra i dipinti, in parte dispersi, opere di Marco Pino, Giuseppe Bonito, Giacomo Farelli e della scuola del Vaccaro e del Giordano. Gli altari, le balaustre e le epigrafi, frantumati dalla guerra in numerosi pezzi ed in parte conservati nel vasto ambiente ipogeo, sono in attesa di essere ricomposti. Uniche eccezioni, il capitello corinzio a sinistra dell'ingresso, posto a sostegno del fonte battesimale, e le due sculture in stucco settecentesche, opere di Matteo Bottigliero, presenti nel cappellone di destra, raffiguranti David e San Simone.

Fonte
Napoli sacra, guida alle chiese della città - VII itinerario
Elio de Rosa editore (1994)

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