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ArsTua VitaMea e Malatheatre: la conversione di un cavallo
La messa in scena de 'La conversione di un cavallo' non è frutto di un'idea o di una qualche riflessione. In uno spazio - spiega la regista Ludovica Rambelli - abbiamo ricreato la condizione in cui lavorava Caravaggio nel suo studio. Una lampada, una sola, illumina il soggetto da destra verso sinistra, dall'alto verso il basso. La scena, tridimensionale, è facilmente riquadrata in un'immaginaria cornice. Ai lati pronti per essere utilizzati oggetti semplici, stoffe, e i corpi degli attori.

La tecnica utilizzata è piuttosto semplice: quella dei quadri viventi (o tableaux vivant), un genere molto in uso nei salotti settecenteschi, recuperato poi brevemente all'inizio del Novecento nei teatri di varietà. Gli attori riproducono un quadro utilizzando stoffe e oggetti, rimangono fermi e in posa per un certo tempo, quanto necessario perché chi osserva possa riconoscerlo e goderne; poi smontano e con la stessa tecnica ne compongono un altro, poi un altro fino a formarne 21. Dopo l'ultimo quadro, si riprende dal primo, con una struttura circolare.

Gli attori si mettono in scena così come vi pongono il canestro, o drappeggiano il velluto. Non c'è altro spazio né tempo che quello necessario a comporre la riproduzione vivente del dipinto. Non c'è interpretazione, suggestione o commento. C'è musica: Mozart, Bach, Vivaldi, Sibelius...

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